L'iconografia di Europa
L'associazione fra la fanciulla del mito del ratto d'Europa e il continente in termini geografici porta con sé importanti risvolti per l'immaginario collettivo. In effetti, fra le molteplici interpretazioni che scaturiscono dal mito vanno segnalate una lettura positiva ed una chiave interpretativa negativa dello stesso mito, interpretazioni che hanno segnato la storia iconografica della fanciulla Europa. Queste due ottiche si riverberano anche sugli elementi costitutivi del mito: il toro, il mare, e la donna.
La terra del tramonto
Le insidie del mito
L'interpretazione negativa insiste sul carattere brutale che può assumere il ratto, sulla dimensione pericolosa del mare ecc. Già nell'Arte di amare, ad esempio, Orazio insiste sulla raffigurazione temibile del mare: Europa, infatti,
«impallidì sul mare
pieno di mostri e perfino d'incanti»

Valentin Serov, Il ratto d'Europa (1910)
In questa lettura cupa del mito di Europa trova spazio, quindi, anche il simbolismo della decadenza, lo svanire della bellezza trasformato in timore. Così, l'elemento dell'acqua e del mare, simboli del movimento e della trasformazione, non indicano più il passaggio verso un avvenire felice, seppur ignoto, ma l'avanzare verso un destino di caduta: il passaggio del sole da Oriente ad Occidente che fa dell'Europa la terra del tramonto. Non a caso, questa interpretazione tenebrosa riaffiora in seguito alle guerre europee che lacerano il continente nel corso del '900.
Il tramonto della cultura europea
Se durante i secoli XVIII e XIX l'Europa indicava il continente “civile” per eccellenza, secondo una lettura eurocentrica, l'Europa e la sua “modernità” assumono nel corso del Ventesimo secolo un significato diverso. Legata allo sviluppo della scienza e della tecnica, la figura dell'Europa diventa sinonimo di decadenza e di crisi. Sintomatico di questo atteggiamento di fronte alla figura dell'Europa è l'opera di Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente, pubblicata subito dopo la prima guerra mondiale, dove si annunciava la fine dell'Occidente.
«Voi state morendo. Io vede in voi il segno caratteristico della decadenza. Io posso provare che la vostra grande ricchezza e la vostra grande povertà, il vostro capitalismo e il vostro socialismo, le vostre guerre e le vostre rivoluzioni, il vostro ateismo e il vostro pessimismo, il vostro cinismo, la vostra immoralità, i vostri matrimoni falliti, il vostro controllo delle nascite, vi dissanguano dal fondo e vi uccidono al capo, nel cervello: io posso provare che questi sono i segni caratteristici dei periodi di agonia degli antichi Imperi: di Alessandria, della Grecia e di Roma .» |

Alla vigilia della prima guerra mondiale, il periodo in cui Spengler in Germania riflette sulle sorti della cultura occidentale, un russo come Valentin Aleksandrovic Serov dipinge nel 1910 questo “ratto d'Europa” in cui la stanchezza della donna rappresenta chiaramente lo stato d'animo che pervase l'Europa in quel periodo.
La tecnica come mostro
Le critiche mosse alla modernità europea nel primo Novecento si incentrano anche sul tema della tecnica. Come Minosse e Dedalo nel mito rappresentano lo spirito ingegneristico e tecnico che gli europei si attribuiscono come una loro caratteristica. Tuttavia, secondo la prospettiva negativa che vede nell'Europa solo la terra del tramonto, la scienza e la tecnica europea è votata a rivolgersi contro il continente. Non è sorprendente che durante ed in seguito alla seconda guerra mondiale – in cui furono usate per la prima volta tecnologie come i sottomarini, il radar ed infine anche la bomba atomica – torna alla ribalta proprio questo immaginario.
Così, il destino del mito di Europa nell'epoca industrializzata è stato così interpretato come crescente distanziarsi dall'immagine della bella sposa giocosamente rapita come appariva nel Classicismo. Il pittore Max Ernst, ad esempio, dipinge questo paesaggio devastato e mostruoso, popolato di ibridi, ovvero da figure ambigue e disarmoniche. La stessa prospettiva è fuori misura, per esprimere il senso di smarrimento e di perdita che caratterizzava il periodo in cui è stato dipinto l'opera, cioè proprio in seguito alla Seconda guerra mondiale.

Max Ernst, L'Europa dopo la pioggia II, 1940-2
Europa e Pasifae: un raffronto crudele
La prospettiva che traduce in termini negativi gli elementi del mito di Europa tende non di rado a sovrapporre l'immagine di Europa e quello di Pasifae, moglie di Minosse. Quest'ultimo, rifiutandosi di sacrificare un toro bianco, fu punito da Poseidone che fece innamorare Pasifae del toro. Dall'unione di questi nacque il Minotauro, relegato in seguito nel labirinto costruito da Dedalo. Da qui il fatto che le figure di Europa e Pasifae sono spesso sovrapposte. Ambedue sono regine di Creta, ambedue si innamorano di un toro bianco. Tuttavia, l'associazione delle due donne del mito è foriera di significati importanti. Infatti, l'amore tra Europa e il toro Zeus è un amore corrisposto, mentre quello di Pasifae è morboso. La vendetta di Poseidone sta proprio nel fatto di unire non l'elemento divino e quello umano, ma quello umano a quello bestiale.

Gustave Moreau - Pasiphaé (1880 – 1890)
Nel Pasiphaé (1880 – 1890) di Gustave Moreau, ad esempio, diventa arduo dire se non si tratta di Europa. Tuttavia, l'aspetto dell'animale induce a vedere nel quadro la bestialità tipica del mito di Pasifae.
A differenza di Pasifae, l'amore tra Europa e il toro rimane un modello di equilibrio, di amore corrisposto. Nel mito, la donna rappresenta l'elemento umano ed il toro quello divino. Il ratto viene quindi a simboleggiare l'incontro tra naturale e sovrannaturale. Ed è così che l'interpretazione positiva, invece, insiste piuttosto sul mito come allegoria dell'amore e come simbolo di rigenerazione.
Un luogo di armonia
Vi è, tuttavia, una seconda linea interpretativa nel raffigurare il mito d'Europa che insiste sull'ottica positiva. L'Europa diventa, in quest'ultima prospettiva, il luogo armonioso ed equilibrato in cui fiorisce l'amore, i pericoli sembrano svanire e gli elementi umani e divini si relazionano con proporzione e misura. In quest'ottica si inserisce le tradizionali raffigurazione della fanciulla rapita da Zeus. Per alcuni versi, questa tradizione celebra il continente come culla della civiltà in un ottica, che più tardi, apparirà segnata dall'eurocentrismo.
L'amore corrisposto
La fanciulla che rappresenta il continente viene dunque a contraddistinguere l'idea dell'avvenire raggiante. Colei che, nel mito, diventerà regina di Creta e madre del grande legislatore Minosse, arriva sulle sponde del continente immaginata come una terra fertile dal clima mite, proprio grazie all'elemento divino. Il toro non è semplicemente un animale quanto simbolo della forza divina che protegge la sua amata, portandola in salvo in un luogo prospero.

Tiziano Vecellio , Il ratto d'Europa (1559-62)
In questa tradizione iconografica che vede nel ratto di Europa un exemplum voluptatis, allegoria dell'amore sensuale, si inscrivono anche Tiziano e Rubens. La tela completata da Tiziano nel 1562 fu copiata in modo perfetto anche se non identico da Rubens nel 1629, a riprova della profonda stima di quest'ultimo per il primo. Dipinto nel periodo che segna la nascita dell'Europa moderna, la tela di Tiziano accentua assai questo profilo passionale del mito. La fanciulla qui rappresentata è come rapita sia in senso letterale, sia in senso metaforico: essa, in effetti, sembra estasiata. I putti, fra angioletti e cupidi, confermano la letizia del momento. Entra nell'iconografia così anche il velo di Europa, qui di un appassionato colore rosso.
Il rosso e il bianco
Il drappo rosso, simbolo della passione e della carne, torna nella versione del ratto d'Europa eseguita da Giovanni Domenico Cerrini (Perugia 1609 - Roma 1681) e si oppone alla pelle bianca della fanciulla. Europa, dalle braccia bianche, è caratterizzata anch'essa dal pallore e dalla luce.

Giovanni Domenico Cerrini, Il ratto d'Europa
Non a caso il bianco, il colore simbolico dell'innocenza e dello splendore, torna in un poema di Arthur Rimbaud, intitolato Sole e carne, in cui compare Europa, di nuovo, in un istante di spensierata tranquillità:
«Zeus, toro, sulla groppa il corpo nudo culla
D'Europa, che il braccio bianco getta, fanciulla,
Al collo agile del Dio in onde fremente
A lei un occhio vago volge lentamente;
Sulla fronte di Giove la sua guancia in fiore
Pallida, trascina; Ha chiuso gli occhi, muore
In un bacio divino, e al flutto che stormisce
Per la spuma d'oro la sua chioma fiorisce.» |
L'abbondanza e la ricchezza
L'iconografia classica del mito di Europa si presenta spesso in modo più calmo. Non è necessario riproporre il riferimento al mare aperto che, come abbiamo visto, evoca l'idea di pericolo. Proprio perché l'Europa viene immaginata come un luogo di armonia e di equilibrio per le sue grandi distese in grado di procurare abbondanza di grano, le sue ricche foreste, il clima temperato ed i numerosi corsi d'acqua, il continente viene dipinto alla luce dell'abbondanza e del fasto.
Il Veronese sceglie di rappresentare Europa sulla terra ferma. L'opera, dalla ricca e sontuosa scenografia, è una replica eseguita dallo stesso Veronese, con l'aiuto degli allievi, della tela dipinta per Jacopo Contarini verso il 1580 e oggi conservata nel Palazzo Ducale di Venezia . Il dipinto, caratterizzato dalla vivacità dei colori e dalla sontuosità dei particolari decorativi, riprende il tema dell'armonia veicolata dall'interpretazione positiva del mito.

Veronese, Il ratto d'Europa (1580)
Anche qui, Europa viene rappresentata con un'immagine di equilibrio: è assente il riferimento al mare con i suoi insiti pericoli; il toro è rappresentato al modo di un bue ben nutrito; i tessuti in cui sono avvolte le donne sono adornati di raffinati ricami. Questa scena riproduce fedelmente la concezione per cui l'Europa è la terra della cultura e della raffinatezza dei modi. La piramide che si intravede sullo sfondo compare nella scena come simbolo di saggezza e di sapienza.
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