Michail Jurevic Lermontov (1814-1841)
Un eroe del nostro tempo (1840)
"Un cuore arido"
Nel terzo e più diffuso racconto ,“La principessa Mary”, Peciorin viene sfidato a duello da un compagno per una questione di onore; la notte precedente, nella veglia agitata, torna a riflettere sulla propria malattia e accresce la consapevolezza della propria diversità e della propria solitudine. Soprattutto mette a fuoco il senso del proprio tormento, un’esausta volontà di vita forsennatamente cercata e ineluttabilmente smarrita. Alla stessa conclusione ritorna nelle pagine conclusive; vinto drammaticamente il duello, svelata alla principessina l’aridità del suo cuore e l‘impossibilità di trovare sollievo in una condizione “borghese”, confinato in una guarnigione ancora più smarrita Peciorin si accomiata con un poeticissimo addio.
Sono le due di notte… non posso dormire… Eppure dovrei dormire un po’, perché domani la mano non tremi. A sei passi è difficile non colpire. Ah! signor Grusnizki! La vostra mistificazione non vi riuscirà… ci scambieremo le parti
:sarò io, che cercherò sul vostro viso pallido i segni dell’interna paura. Perché siete stato voi a volere questi fatali sei passi? Credete forse che metterò la mia fronte a repentaglio senza difenderla? Interrogheremo la sorte, gettando la moneta! E allora… allora… Ma se la fortuna dovesse schierarsi per lui? Se la mia stella mi tradirà? Non ci sarebbe nulla di strano: essa è rimasta fedele per così lungo tempo ai miei capricci…
Che fare? Se dovrò morire, morirò! Per il mondo, la perdita non sarà grande, e per me… sono già abbastanza stufo del mondo. Sono come un uomo che, annoiandosi e sbadigliando al ballo, non se ne va a dormire solamente perché non è ancora giunta la sua carrozza a prenderlo. Ma quando la vettura è pronta … tanti saluti!
Rivedo col pensiero tutto il mio passato, e involontariamente mi chiedo: perché ho vissuto? A che scopo son nato?… probabilmente uno scopo c’era, forse mi era assegnato un gran compito, perché sento nell’animo delle forze immense…Ma non ho indovinato questa missione, mi sono lasciato attrarre dalle vuote e nefaste passioni; da questo crogiuolo sono uscito freddo e duro come il ferro, ma ho perduto per sempre l’aspirazione a ogni nobile meta, a ciò che c’è più bello nella vita. Da allora, quante mai volte ho fatto la parte di un’accetta messa nelle mani del destino!
Come strumento del boia, io mi abbattevo sul capo delle vittime designate, sovente senz’odio, sempre senza compianto… Il mio amore non portò a nessuno la felicità, perché non feci nessuna sacrificio per coloro che amavo: io amavo per me, per la mia soddisfazione, io assecondavo soltanto le strane necessità del mio cuore, avidamente assaporandone i sentimenti, le tenerezze, le gioie, i tormenti, senza saziarmene mai.
Così, un affamato si addormenta e vede nel sogno dinanzi a sé cibi squisiti e vini spumeggianti; egli divora con gioia i doni della sua immaginazione, e gli sembra di stare meglio, ma appena desto, il sogno svanisce… e ciò che resta non è che fame disperatamente accresciuta. Può darsi che domani io muoia!…Non resterà in terra neppure un solo esser che mi abbia del tutto compreso. Certuni mi stimano peggiore, altri migliore di quanto io non sia… Gli uni diranno: era un buon ragazzo; gli altri: un farabutto. Ma l’una e l’altra cosa sarà falsa. Con ciò, vale la pena di vivere? Eppure si vive, per curiosità: aspetti sempre qualche cosa di nuovo… E’ ridicolo e fa dispetto!
[…]
E ora qui in questa noiosa fortezza, spesso, percorrendo col pensiero il passato, mi chiedo perché non volli avviarmi per quella strada, che il destino mi indicava, e dove mi attendevano intime gioie e la tranquillità dello spirito… No, non avrei potuto sopportare quella sorte! Io sono come un marinaio, nato e cresciuto sul ponte di un brigantino corsaro: l’anima sua vive nelle tempeste e nelle battaglie; deposto sulla riva, egli è triste e pieno di nostalgia; non lo attira l’ombrosa valle, non lo riscalda il pacifico sole; egli va su e giù per la spiaggia sabbiosa, ascolta il monotono sciacquio delle onde che si infrangono sulla riva, e fissando la lontananza nebbiosa sempre cerca sulla pallida linea dell’orizzonte la vela desidera; questa, dapprima simile all’ala di un gabbiano, poi sempre più appariscente sulle onde spumose, procede lentamente verso un porto deserto.