Michail Jurevic Lermontov (1814-1841)

Un eroe del nostro tempo (1840)

"Il ritratto dell’eroe: l’esteriorità"


Nel racconto successivo, “Maxim Maximovic”, il capitano si dilunga sulla sua descrizione fisica. L’eccezionalità dell’individuo è caratterizzata dall’accostamento voluto tra la trasandatezza delle vesti e l’innata eleganza, tra l’equilibrio delle proporzioni e il diafano pallore dell’incarnato, tra il vigore delle membra e la stanchezza della volontà. Sono tuttavia gli occhi e la loro intensità ad imporsi all’attenzione; enigmatici, terribili, misteriosi aprono la via verso un animo indecifrabile nel quale un’antica sensibilità sembra aver ceduto il passo al cinismo e alla disillusione.

Era di statura media, ben proporzionato; la vita sottile e le larghe spalle denotavano una robusta costituzione, atta a sopportare tutte le asprezze di una vita randagia; si vedeva che non era stato intaccato né dalla vita corrotta della capitale, né dalle interne tempeste; la sua giacchetta di velluto, un po’ impolverata, era abbottonata soltanto nelle sue asole inferiori, e lasciava veder una biancheria di candore abbagliante, prova delle abitudini di una persona accurata; i suoi guanti, insudiciati dal viaggio, sembravano cuciti su misura per la sua piccola mano aristocratica, la magrezza delle cui bianche dita mi meravigliò, quand’ egli si tolse un guanto. La sua andatura era noncurante e pigra; osservai però che, camminando, egli non muoveva le braccia, segno sicuro, questo, di una certa riservatezza di carattere.

[…]

Quando si sedette sulla panca, la sua persona si piegò come se la sua schiena non avesse neppure un osso; tutta la posizione del suo corpo rivelava una debolezza nervosa; stava seduto come doveva la trentenne civetta di Balzac sulle poltrone di piuma dopo un ballo che l’aveva affaticata. Al primo sguardo, a giudicare dal volto, mi parve che egli non avesse più di ventitrè anni, per quanto in seguito fossi disposto a dargliene una trentina.

Nel suo sorriso c’era qualcosa d’infantile. La sua pelle era delicata come quella di una donna, i capelli biondi, naturalmente ricciuti, incorniciavano pittorescamente la sua pallida nobile fronte, sulla quale, solamente in seguito a più lunga osservazione, si potevano notare i segni delle rughe, incrociantisi l’un l’altra, che forse dovevano farsi assai più profonde nei momenti d’ira o d’irrequietezza interiore. Sebbene i capelli fossero chiari, i baffi e le sopracciglia erano scurissimi; segno questo di razza, così come un cavallo chiaro ha nere la criniera e la coda. Per terminarvi il ritratto, vi dirò che il suo naso era leggermente volto all’ in su, i denti di un candore abbagliante, e gli occhi bruni; ma degli occhi devo ancora dirvi qualcosa.

Anzitutto essi non ridevano quand’egli rideva! Non vi è mai accaduto di osservare una simile particolarità in alcune persone?…Questa caratteristica denota o un temperamento cattivo, o una profonda continua tristezza. Di sotto alle ciglia abbassate a metà, essi brillavano di uno strano bagliore fosforescente, se così ci si può esprimere. Ma quel bagliore non era dato da una calore spirituale o dal gioco dell’immaginazione: era un bagliore simile a quello dell’acciaio polito, abbagliante ma gelido; il suo sguardo, di corta durata, ma penetrante e grave, avrebbe dato di per sé l’impressione spiacevole di una domanda indiscreta, e sarebbe potuto sembrare impertinente, se non fosse stato così indifferentemente tranquillo.

Tutte queste osservazioni mi vennero fatte forse solamente perché io conoscevo alcuni particolari della sua vita, e forse in un secondo tempo, egli mi avrebbe fatto tutt’altra impressione; ma, dato che non sentirete parlare di lui se non da me, dovrete accontentarvi di questa mia descrizione. Dirò per conchiudere che era piuttosto bello, e che possedeva una di quelle fisionomie originali che piacciono soprattutto alle donne di mondo.

© IRRE Piemonte 2005