Michail Jurevic Lermontov (1814-1841)

Un eroe del nostro tempo (1840)

"Il ritratto dell’eroe: l’interiorità"


La figura di Peciorin è introdotta, nei primi due racconti del romanzo, da Maxim Maximic, un capitano dell’esercito russo affascinato dal protagonista ma smarrito di fronte alla sua inquieta personalità. L’eroe viene presentato come un personaggio eccentrico, indisciplinato, contraddittorio evidentemente minato da una profonda conflittualità interiore. Nel racconto “Bela” si incapriccia di un bellissima giovinetta circassa che rapisce alla sua gente pur di placare il proprio desiderio. L’obbiettivo della sua azione non è tuttavia la virtù ma l’anima dell’amata che conquista con sottili forme di seduzione per poi rifiutarla annoiato; ai rimproveri dell’amico Peciorin risponde dichiarando la propria malattia dell’animo.

“Sentite, Maxim Maximic –mi rispose- io ho un brutto carattere, non so se sia l’educazione che ho ricevuto a farmi quale sono, o se sia Dio ad avermi creato tale. Non lo so, so però che se io sono causa d’infelicità per gli altri, non perciò sono meno infelice io stesso. Naturalmente ciò non è di conforto agli altri, ma il fatto è che le cose stanno così. Nella mia prima giovinezza,nel momento in cui mi tolsi dalla tutela dei miei genitori, presi a godere pazzamente di tutti i piaceri che ci si può procurare col denaro e, naturalemente, tutti questi piaceri mi disgustarono. Più tardi frequentai il gran mondo, ma ben presto la società mi venne a noia; m’innamorai delle bellezze mondane, ne fui riamato, ma il loro amore non faceva che eccitare la mia immaginazione e il mio amor proprio, mentre il cuore rimaneva vuoto…

Mi diedi alla lettura, agli studi: anche le scienze mi vennero a noia; compresi che né la gloria, né la felicità dipendevano dal sapere, perché le persone più felici sono le più ignoranti, e la gloria è soltanto un successo che, per conquistarlo, basta essere abili. Allora fui preso dal tedio… Poco dopo mi trasferirono nel Caucaso: questo fu il periodo più felice della mia vita. Speravo che la noia non potesse durare sotto le pallottole dei Cecènzi i ceceni, popolazione caucasica nota per lo spirito fiero e indipendente.Sbagliavo. Dopo un mese ero così assuefatto a quel ronzio e alla prossimità della morte, che, per dire il vero, badavo di più alle zanzare. Il tedio mi riprese peggio di prima, perché avevo ormai quasi perso la speranza.

Allorché vidi Bela a casa sua, quando la presi per la prima volta sulle ginocchia, e baciai i suoi riccioli bruni, pensai, stolto che sono, che essa era un angelo inviatomi dalla mia sorte pietosa. Ancora una volta m’ingannavo: l’amore di una selvaggia è poco migliore di quello di una nobile donzella, l’inesperienza e l’ingenuità dell’una vengono a noia, così come viene a noia la civetteria dell’altra. Se volete, vi dirò che l’amo ancora, che le sono riconoscente per quei minuti abbastanza dolci che mi ha donato, che sarei pronto a dare la vita per lei, però con lei mi annoio… Sono sciocco o cattivo, non so; ma una è certa: ch’io sono altrettanto da compiangere quanto lo è lei, se non di più: la mia anima è stata guastata dal mondo, la fantasia è irrequieta, il cuore insaziabile: tutto è troppo poco per me, mi avvezzo alla tristezza altrettanto facilmente quanto alla gioia, e la mia vita diventa ogni giorno più vuota; mi è rimasta un’unica via d’uscita: viaggiare.

Non appena mi sarà possibile, me ne andrò; non certo in Europa (che Iddio me ne liberi!), andrò in America, in Arabia, nell’India; forse morirò in un posto o nell’altro, per via. Almeno son certo che quest’ultimo conforto non si esaurirà così presto, con l’aiuto degli uragani e delle cattive strade.”

© IRRE Piemonte 2005